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Le Olimpiadi sostenibili di Londra sono una vetrina planetaria anche per l'abbigliamento e gli accessori sportivi. Le aziende si sono impegnate ma la ricerca di una banca svizzera dimostra che si devono ancora tagliare alcuni traguardi, soprattutto per quanto riguarda le condizioni di lavoro.

Nonostante gli annunci di grandi piani di implementazione del controllo della catena dei fornitori e i massicci investimenti in marketing negli ultimi quattro anni, i miglioramenti delle grandi case di prodotti di abbigliamento sportivo sono stati in parte insufficienti.

Questa è il risultato della ricerca Sporting goods companies: fair play in the supply chains? pubblicato dalla svizzera Bank Sarasin a pochi giorni dall'inaugurazione delle Olimpiadi londinesi. L'istituto bancario Sarasis non è nuovo a questo tipo di indagini: negli ultimi anni ne ha condotte in diversi settori; dall'automotive alle risorse idriche, sempre con l'obiettivo di misurare il grado di sostenibilità e responsabilità sociale di strategie e prodotti aziendali.

Per quanto concerne la ricerca sulle multinazionali dello sport sono stati individuati tre campioni che, del resto, dominano questo mercato da decenni: le tedesche Adidas e Puma (entrambe con sede a Herzogenaurach, nel land della Baviera, fondate dai due fratelli Rudolf e Adolf Dassler) e la statunitense Nike.

Per queste Olimpiadi, Adidas ha investito 100 milioni di sterline per la nomina a official sportwear partner, mentre Nike e Puma marchiano, sempre insieme ad Adidas, la maggior parte delle rappresentative nazionali e degli atleti di ogni disciplina.

Eppure, nonostante colossali campagne d'immagine che vanno in scena sul palcoscenico dello spettacolo sportivo più grande al mondo, sono accompagnate come succede sempre, ormai, in occasione di eventi di tale portata, dalle critiche relative alle condizioni di lavoro e alle violazioni dei diritti umani, dei fornitori delle multinazionali in questione localizzati in Cina, Taiwan, Vietnam, Indonesia e negli altri Paesi a basso costo di produzione, inclusi quelli dell'Est Europa che dopo la caduta del Muro di Berlino sono diventati una grande risorsa per le aziende e industrie globalizzate.

Il report finale prodotto da Sarasin punta infatti l'indice sul controllo e la gestione della catena delle fornitura. È vero che queste grandi aziende, in primis Adidas, anche a seguito delle massicce campagne di denuncia subite a partire dagli anni '90, si sono ormai dotate dei più avanzati sistemi di supply chain management, in grado di comprendere codici di condotta ambientali e sociali dei fornitori, audit e programmi di compliance: tuttavia, le difficoltà a livello locale forniscono ancora spesso un quadro di criticità.

«Le deficienze identificate lungo la catena di fornitura – secondo Sarasin – sono ben lontane dall'essere state risolte. Le inadeguate condizioni di lavoro persistono. Il lavoro minorile è stato spostato dai fornitori ai subcrontraenti e quindi più a monte della filiera. L'eccesso di ore lavorate e di salari inadeguati rimane un problema cruciale, anche fra gli stessi fornitori».

Risultati più soddisfacenti, aggiunge invece il report, sono stati ottenuti in materia ambientale (proprio Puma ha recentemente varato programmi di tutela ambientale) mentre nel paniere etico di Sarasin non si individua alcun marchio di aziende sportive italiane.

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