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“SOLO DA QUI. SOLO POMI’". POMODORO PADANO: PIU' SICURO DI QUELLO CAMPANO?

Lo slogan che la nota azienda di conserve ha usato per sponsorizzare i suoi prodotti su alcuni quotidiani nazionali (dopo il ritorno all'attualità della drammatica situazione ambientale nella Terra dei Fuochi) ha fatto scoppiare la polemica.

“Solo da qui. Solo Pomì”. Pomodoro padano: più sicuro di quello campano?
“Solo da qui. Solo Pomì”. Pomodoro padano: più sicuro di quello campano?

L'ultima campagna pubblicitaria di Pomì alza un polverone e spacca l'Italia in due. Dopo che il dramma ambientale relativo alla terra dei fuochi è balzato nuovamente agli onori delle cronache, la nota azienda di conserve ha sponsorizzato su alcuni quotidiani nazionali il suo prodotto con un messaggio allusivo: "Solo da qui. Solo Pomì".

Il claim è accompagnato da un'immagine dell'Italia su cui troneggia un pomodoro piazzato tra Lombadia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte. A margine una nota: "Pomì utilizza solo pomodori freschi dei soci del Consorzio Casalasco, coltivati nel cuore della Pianura Padana, a una distanza media inferiore ai 50 km dagli stabilimenti di confezionamento..".

Non vi è alcun dubbio che il pomodoro Pomì sia padano doc. Ed è assolutamente corretto, addirittura doveroso, che un'azienda specifichi origine e filiera dei propri prodotti per fornire al consumatore massima informazione e trasparenza. Tuttavia, il messaggio così concepito in questo particolare momento si è prestato bene al fraintendimento (se di fraintendimento si tratta) ed è stato recepito dal Sud Italia (e non solo) come denigratorio del pomodoro meridionale tutto.

Come se in qualche modo il pomodoro nordico fosse di default meno contaminato e più controllato. Come un'ulteriore stoccata a un comparto già ampiamente danneggiato dagli scandali su rifiuti ed ecomafie (che a dirla tutta toccano anche il settentrione).

Lo stesso ministro delle politiche agricole Nunzia De Girolamo in una nota sottolinea: «Prima qualcuno ha tentato di chiedersi se il pomodoro sia di destra o di sinistra. Adesso c'è addirittura la distinzione "etnica" fra pomodori: mi sembra che il buon senso sia messo in secondo piano rispetto alla gravità dei problemi del Paese. Sconcerta, tuttavia, che una primaria azienda abbia sentito la necessità di specificare non solo che il suo pomodoro è italiano, ma che proviene da determinate regioni, quelle settentrionali. Il made in Italy – spiega il Ministro – è unico e indivisibile e se qualcuno pensa di andare sui mercati internazionali con un'identità di provincia appartiene a un mondo che non esiste più. I prodotti italiani tutti sono sicuramente i più controllati, è di oggi la notizia, diffusa da Unioncamere e dalla Fondazione Symbola che le produzioni agricole del nostro Paese hanno residui chimici 5 volte inferiori alla media europea. L'emergenza della terra dei fuochi per la quale tutto il governo e le amministrazioni locali si sono finalmente mobilitate non può essere in alcun modo strumentalizzata».

Pomì si difende, assicurando che l'intenzione non era quella di offendere, semplicemente di andare incontro alle tante richieste di chiarimenti provenienti da consumatori confusi e spaventati. Sulla sua pagina facebook, infatti, l'azienda specificava: «I recenti scandali di carattere etico/ambientale che coinvolgono produttori e operatori nel mondo dell'industria conserviera stanno muovendo l'opinione pubblica, generando disorientamento nei consumatori verso questa categoria merceologica. Il Consorzio Casalasco del Pomodoro e il brand Pomì sono da sempre contrari e totalmente estranei a pratiche simili, privilegiando una comunicazione chiara e diretta con il consumatore. Per questo motivo l'azienda comunicherà sui principali quotidiani nazionali e locali, ribadendo i suoi valori e la sua posizione in questa vicenda. Si tratta di un atto dovuto non soltanto nei confronti dei consumatori, ma anche nel rispetto delle aziende agricole socie, del personale dipendente e di tuti gli stakeholders che da sempre collaborano per ottenere la massima qualità nel rispetto delle persone e dell'ambiente».

E intanto sul web il mondo si divide tra sostenitori e contestatori. Stampa e utenti si sbizzarriscono: qualcuno si schiera con Pomì, leggendo la campagna come un dovuto atto informativo, altri contro. E' stato coniato l'hashtag #boicottapomì, c'è chi parla di razzismo industriale, qualcuno si stupisce di come il "made in Pianura Padana", l'area dati alla mano più inquinata d'Europa, possa diventare addirittura un vanto, altri ricordano che non tutte le aziende conserviere della Campania operano nel triangolo dei veleni e che accanto a uno scempio ambientale ormai conclamato, ci sono numerose realtà che sottopongono a controlli rigorosi i loro prodotti.

«Il male italiano del secolo, a quanto pare, è la generalizzazione, si legge sul giornale online Campania sul Web, la "terra dei fuochi" è tutta cattiva, marcia, compromessa. Meglio lasciar perdere il comparto ortofrutticolo di quella regione (con buona pace di "piennolo" e San Marzano)».

L'assessore campano all'agricoltura Daniela Nugnes, intervistata da La Repubblica invita tutti a essere critici: sulla base di dati dell'Istituto Superiore di Sanità «si è compreso che in una zona tra le più gravate dai sospetti, quella a ridosso di Giugliano, su ben 2000 ettari di terreno analizzato, solo due aree (di cui una non coltivata e l'altra agricola ma sequestrata) sono risultate inquinate. Ecco un eccellente indicatore del fatto che quando si parla di contaminazione, non si può assolutamente generalizzare».

La Redazione

Pubblicato:

Giovedì, 07 Novembre 2013

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