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POVERO LUSSO
È cambiato, in questi ultimissimi tempi, il concetto di lusso e il nostro rapporto con il superfluo.
Basta intendersi su quello che si pensa essere un lusso: in un certo immaginario economico collettivo è tutto ciò che va a saturare sacche di desideri estremi, che va a compensare a volte anche piccoli divieti ordinari, ricorrendo a una spesa che consapevolmente rasenta il più alto livello del nostro conto in banca. Niente ci regala più gusto di un acquisto avventato, in certi momenti della nostra vita: ma sono regali importanti e necessari, che coccolano e risarciscono come niente altro al mondo.

Senza riferirsi a coloro che nel lusso vivono abitualmente e da questo punto di vista sono svantaggiati poiché non sono più in grado di considerarlo tale, vi sono persone che invece, in un lusso differentemente inteso, vivono una vita di grande soddisfazione.

A loro bisognerebbe fare riferimento per recuperare oggi una dimensione che, complice l'estate, potrebbe aiutarci a fare ordine nella nostra scala di importanza degli eventi appaganti.

Guardandoci attorno, a farvi attenzione, ci sono molti segnali di un cambio radicale di rotta nel concetto di lusso. Un indicatore da non sottovalutare è il dilagare incontrollato dei braccialettini di filo di cotone: oggi tutte le bambine, ragazze e signore di tutte le età hanno i polsi fasciati in tanti braccialettini coloratissimi di tutte le forme. Infilate di cuoricini, farfalline, chiavi e lucchetti di pizzo convivono amabilmente con orologi e altri ninnoli, in un caos gioioso e casuale che, a leggerlo bene, ha un forte significato sociale, molto contagioso: non ho bisogno di grandi gioielli per essere felice, e tutto questo colore mi tira su il morale e dà forza alla mia giornata.

Lo stesso criterio, a macchia d'olio, ha iniziato a pervadere ogni altro aspetto della nostra vita ordinaria e straordinaria: sui giornali sono sempre più frequenti servizi completi su quanto è bello passare le vacanze facendo gite fuoriporta anziché viaggi oltreoceano, o quanto è divertente concedersi una cenetta in trattorie locali a conduzione familiare anziché ristoranti più strutturati, o quanto è buono cucinare con gli avanzi, o quanto è facile trovare il vestito giusto nei negozi delle catene low cost (confermo).

Il bello di tutto ciò è che tutti ci stiamo pervadendo di un entusiasmo collettivo alla cosa semplice e recuperata da antiche sapienze, scoprendo, come in un nuovo libro sacro non scritto, che la felicità è fatta di stati d'animo producibili anche con meccanismi poveri e da troppo tempo dimenticati. Anzi, che la felicità generata in questo modo è, non si sa come, ancora più intensa.

In sostanza stiamo recuperando la capacità di stupirci e appagarci con poco, come se lo stupire non fosse più legato al farsi notare dagli altri ma allo stare bene con se stessi. Se così davvero fosse, questo periodo importante della nostra storia potrebbe produrre la conversione culturale più intelligente ed evolutiva che si possa desiderare.
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